INTERVISTA A PIETRO MASPES: IL TERRITORIO ALPINO DOPO LE OLIMPIADI

29 GENNAIO 2026

Quale futuro tra opportunità e tutela

In Valtellina i riflettori sono puntati su Bormio e Livigno pronti ad accogliere alcune gare delle Olimpiadi invernali “Milano – Cortina 2026”, che dal 6 al 22 febbraio, terranno sportivi, operatori e una imponente macchina organizzativa con il fiato sospeso. L’impegno è concentrato in un lasso di tempo breve e la speranza di chi ha a cuore economia e territorio è quella di poter immaginare un futuro di crescita ad ampio respiro e di lunga durata, avviato da un unico evento di portata mondiale.  Cosa avverrà dopo le Olimpiadi?  Quali strategie di sviluppo urbanistico? Quali servizi immaginare, superato l’evento contingente? Lo abbiamo chiesto all’ingegnere Pietro Maspes, impegnato nella pianificazione territoriale, Coordinatore della Commissione Urbanistica della Consulta Regionale degli Ordini degli Ingegneri, membro del Direttivo Regionale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU).  Il professionista nell’intervista, che potete leggere di seguito, anticipa alcune riflessioni, anche attraverso il confronto con il post Expo Milano 2015, inizio di un processo di incremento turistico, oggi tangibile. “Il nostro territorio alpino è un giacimento di risorse preziose – afferma Pietro Maspes – ma richiede grande attenzione alla fragilità degli spazi e alle loro specificità. È importante costruire una sinergia equilibrata tra montagna e città, capace di rafforzare l’accoglienza turistica anche oltre l’evento olimpico. In questo senso, le esperienze del passato possono offrire spunti utili per comprendere gli effetti dei grandi eventi, a partire dall’Expo di Milano”.

Quanto conta il riferimento a Expo Milano e perché?

“Il riferimento a Expo Milano va usato con cautela, perché si tratta di eventi diversi per scala, natura e contesto. Tuttavia può essere utile per trarne alcuni insegnamenti. Nel caso di Milano, l’eredità più rilevante di Expo non è derivata tanto dalla riconversione degli spazi espositivi, quanto dal forte impulso generato dalle iniziative diffuse sul territorio di “Expo in città”, che hanno contribuito a rafforzare l’attrattività della metropoli, con effetti trainanti sull’edilizia e su alcuni comparti economici, ma anche con l’emergere di criticità e disparità sociali. Alla luce di questa esperienza, in un territorio delicato come quello alpino, l’obiettivo delle Olimpiadi dovrebbe essere quello di attivare dinamiche di crescita diffuse, analoghe a quelle di “Expo in città”, ma governate con attenzione, per evitare un aumento dei divari e delle pressioni sui territori più fragili”.

Cosa è necessario fare per avviare questo processo?

“Le Olimpiadi Milano–Cortina hanno acceso un forte riflettore sul territorio alpino, stimolando studi e approfondimenti da parte del mondo accademico, della ricerca e delle amministrazioni pubbliche. Questo rappresenta un lascito importante, perché offre l’opportunità di ripensare in chiave contemporanea le relazioni tra montagna e area metropolitana, superando una visione riduttiva legata alla sola “settimana bianca”. La sfida è ora individuare strumenti, politiche e azioni — a livello statale, regionale, provinciale e locale — capaci di trasformare questo slancio in un’eredità concreta e duratura per i territori montani”.

Avete organizzato un seminario nel mese di novembre sul tema…

“Sì, il seminario “Olimpiadi Invernali 2026 e fragilità dello spazio alpino: la sfida aperta della legacy per la riduzione dei divari territoriali” promosso dall’Istituto nazionale di Urbanistica (INU) con il supporto del Politecnico di Milano e degli Ordini Professionali.

È stato un confronto qualificato sulle sfide che le Olimpiadi Invernali 2026 pongono ai territori alpini. Ci si è concentrati sul tema della legacy come opportunità per ridurre i divari territoriali e rafforzare la coesione delle aree montane. Sono stati coinvolti studiosi, professionisti, amministratori e rappresentanti delle istituzioni locali in un dialogo volto a delineare politiche di sviluppo sostenibile e di lungo periodo per la montagna, focalizzando l’analisi sul contesto della Provincia di Sondrio. Una sfida aperta che deve coinvolgere la popolazione.”

Lei ha parlato di “visione di sviluppo”, concretamente a cosa si riferisce?

“Mi riferisco, ad esempio, ai versanti montani, che presentano grandi potenzialità ancora inespresse e che in molti casi hanno conosciuto processi di abbandono legati al declino dell’agricoltura tradizionale. In questi contesti possono svilupparsi micro-economie fondate sul recupero delle pratiche agricole, sulla valorizzazione dei prodotti tipici e sulla riqualificazione, in chiave identitaria, dei nuclei storici di matrice rurale. L’obiettivo è creare luoghi capaci di superare il modello del turismo occasionale, favorendo nuove forme di residenzialità, di comunità e di economia locale. Le analisi e gli studi ci sono: ora la sfida è tradurli in azioni concrete.”

In questi anni sono stati creati in Valtellina diversi sentieri per promuovere le bellezze del territorio. Quali sono e quali sono vantaggi e limiti?

Negli ultimi anni la Valtellina ha investito sulla mobilità lenta, sviluppando sia direttrici principali di fondovalle sia una rete articolata di percorsi tematici di versante. Tra le infrastrutture più rilevanti vanno certamente citati il Sentiero Valtellina e la Ciclabile della Valchiavenna, percorsi ciclabili di pianura che rappresentano un unicum nelle Alpi centrali per continuità, sicurezza e accessibilità. La loro forza sta nella capacità di mettere in relazione elementi di forte attrattività – il lago di Como, la Ferrovia Retica, l’Alta Valtellina – che, singolarmente, dispongono di pochi tracciati ciclabili protetti, continui e a pendenza ridotta. In questa logica, il Sentiero Valtellina e la Ciclabile della Valchiavenna possono diventare una vera infrastruttura di cucitura territoriale. Accanto a questi assi principali si è sviluppata una maglia di sentieri tematici di versante, spesso di elevata qualità, fortemente connotati dal punto di vista paesaggistico, naturalistico, enogastronomico e identitario. Si tratta di un’offerta ricca e diversificata, capace di intercettare un turismo motivato, curioso e non omologato. I limiti non stanno tanto nella qualità dei singoli tracciati, quanto nella difficoltà di costruire un sistema unitario. La promozione è spesso frammentata, i percorsi non sempre gerarchizzati per ruolo e funzione, e manca una rete solida e percepibile di punti di interesse e di servizio: ricettività, ristorazione, esercizi aperti in modo continuativo, luoghi culturali accessibili, punti di assistenza e manutenzione dei mezzi. Un ulteriore nodo critico riguarda la manutenzione: negli ultimi anni sono stati attivati numerosi bandi per la realizzazione delle opere, ma il quadro delle manutenzioni resta disomogeneo e non sempre adeguato a garantire nel tempo un’elevata qualità dell’offerta. È proprio da queste potenzialità e criticità che nasce la necessità di fare un salto di scala, passando dalla somma di singoli percorsi a una visione integrata, capace di leggere la mobilità lenta come infrastruttura territoriale e non come semplice attrezzatura turistica.

Cosa è il “corridoio lento” e a chi è rivolto?

Il concetto di corridoio lento si contrappone a quello dei grandi corridoi ad alta velocità e alta capacità, pensati per collegare rapidamente pochi poli forti – metropolitani o infrastrutturali – senza generare reali benefici per i territori attraversati, che spesso ne subiscono soltanto gli impatti. Il corridoio lento ribalta questa logica: non connette pochi poli concentrati, ma una rete diffusa di micro-polarità, da percorrere in modo consapevole e graduale, riconoscendo valore, dignità e ruolo attivo ai territori attraversati. È un modello che mette al centro paesaggi, identità locali, qualità ambientale, cultura e relazioni, rivolgendosi a un turismo più attento e a nuove forme di abitare e frequentare i luoghi. In questo quadro, la provincia di Sondrio, con il Sentiero Valtellina, la Ciclabile della Valchiavenna e l’ampia rete di percorsi tematici di versante, si presta a essere parte di un corridoio lento che collega Milano, il lago di Como, oggi fortemente segnato da fenomeni di overtourism, con l’Engadina e l’Alta Valtellina, sedi di eccellenza turistica e venue olimpiche. Lungo questo asse, territori come la Brianza, con il suo saper fare legato al design e alla manifattura, e le aree alpine della Valtellina e della Valchiavenna rappresentano ambiti dalle potenzialità ancora in larga parte inespresse, ma strategiche proprio in una logica di riequilibrio territoriale.

foto maspes

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